Diario di una parmigiana in Ecuador 2: Benzina, Benedizioni e Buffet

Seconda puntata del diario di Michela Papotti, una parmigiana in Ecuador. Michela, 25 anni, di Noceto, da due mesi si trova a Guaranda, capoluogo della regione di Bolivar, per il suo anno di servizio civile con il Fepp – Fundo Ecuatoriano Populorum y Progresso.

Hasta pronto Michela!

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Caro Diario,

In questo ultimo periodo mi sto occupando molto della junta del sistema de riego. Oltre a dare una mano con lo statuto e con i documenti necessari per il progetto, sono diventata una pittrice, o forse meglio dire un’ imbianchina. Sto sistemando un po’ l’ufficio: il grigiore delle sue pareti si è trasformato in un bel arancione con una scritta di un blu brillante “El agua es vida: cuidala – L’acqua è vita: abbine cura”. Ovviamente i lavori hanno seguito un rigoroso metodo ecuadoriano: vernice diluita con benzina, rimango ancora un po’ perplessa su quanto posso essere stato tossico. Nonostante ciò, lavorando tutti i giorni nell’ufficio a Santa Fe, questo piccolo paesino che potrei paragonare a una delle tante frazioni della provincia, i personaggi che arricchiscono la giornata sono ormai diventati “familiari”. In primis c’è Sandra, tesoriera dell’amministrazione, che si lamenta in continuazione per la stanchezza, anche se lavorando mezza giornata ancora non riesco a spiegarmi le lamentele. La bellezza di Sandra però sono le sue figlie e le sue tante nipotine che ogni tanto spuntano nell’ufficio, con i loro occhioni scuri e i tratti andini. Oltre alla tesoriera nell’ufficio c’è poi Don Holger, questo signore sulla settantina che è una vera e propria istituzione del sistema di irrigazione, il contadino più impegnato attivamente per l’acqua di tutta la zona, a volte devo ammettere anche un po’ pesante quando ti attacca “le sue pezze”. Nel paesino c’è poi una piccola tienda, un negozietto, in cui andiamo sempre a fare le nostre pause caffè ecuadoriane, ovvero pane con formaggio e una piccola “colita”. Devo ammettere che il caffè lo accettiamo solo quando non può essere rifiutato, diciamo che da buona italiana è ancora difficile abituarsi, e mi limiterò a definirlo solo un po’ troppo dolce .

Una mattina però, quel negozietto sperduto tra le ande, mi ha cambiato la giornata. Vado infatti a comprare i miei soliti “panciti”, con il mio buonissimo profumo di benzina, quando noto una tortilla sul bancone. Premessa: la tortilla la paragonerei un po’ alla nostra focaccia, ovviamente non in quanto a sapore o consistenza, non mi permetterei mai, ma per la sua funzione sociale. La tortilla è infatti tipica per la merenda, fatta con farina di grano o mais e all’ interno formaggio e un po’ di burro e cotta poi alla piastra. E’anche uno dei miei spuntini preferiti qui in Ecuador. Appena l’ho vista ho chiesto alla signora se ne aveva da vendere, lei mi ha risposto che gliel’avevano regalata, e senza che io dicessi nulla me ne ha data metà. E’ stato un gesto semplice, spontaneo, inaspettato, e così ricco di dolcezza che mi ha cambiato la giornata. Oltre a poter continuare a credere nell’umanità, che a volte viene difficile, mi ha fatto sentire come parte di quella piccola comunità di Santa Fe, ed è una delle sensazioni più belle che si possano provare quando sei lontana da casa, quando capisci che stai iniziando a costruire una piccola casa anche qui.

Non è facile. Non è facile catapultarsi in un paese tra le ande e conquistarsi la propria quotidianità, ma è una delle gioie più grandi quando riesci a farlo. Ecco, credo che molto spesso le migliori esperienze siano anche quelle che ti mettono in difficoltà, che ti spingono per le strade di una nuova città alla ricerca di qualcosa che possa essere parte della tua giornata, della tua nuova vita. Perchè oltre al lavoro anche noi civilisti siamo umani e viviamo da venticinquenni questa città e soprattutto quest’anno. Un anno formato da 365 giorni in cui dobbiamo cercare di guadagnare un piccolo spazio all’interno della comunità, che sicuramente non è lì per aspettare te, ma devi essere tu a farti spazio tra di loro.

Ed è per questo che dopo quasi due mesi si inizia a riconoscere la gente per la strada, al supermercato, atti quotidiani che diventano delle piccole-grandi gioie. C’è la signora del pane che non ti lascia il tempo di ringraziarla, perchè ti ha già benedetto tre volte e chiesto come hai passato il fine settimana, per poi passare davanti al negozio della sarta, che con il suo nipotino ti regala dei sorrisi affettuosi china sulla macchina da cucire. Abbiamo anche i nostri posti preferiti per il pranzo: da una signora di Guayaquil che ci vizia con i suoi abbondanti piatti della costa, o “Da Mario”, in cui nonostante il nome non vi è nulla di italiano. La cosa che più mi ha colpito del pranzo è la gentilezza delle persone quando entrano nel locale, che dopo aver salutato ti augurano buon provecho, buon appetito. Un altro piccolo gesto, molto accogliente, che ti rende quasi partecipe dello stesso pranzo, della stessa tavola: un gesto che spero di portare anche in Italia. Spero infatti di continuare ad augurare buon appetito alla gente nei ristoranti, immaginando già le facce attonite, le persone che si voltano indietro guardando chi sto salutando o semplicemente quelli che risponderanno con un sorriso.

Il tipico pranzo ecuadoriano – 2.50$ (ebbene sì, in Ecuador abbiamo il dollaro statunitense) – è formato da una zuppa e come seconda portata un piatto di riso, insalata con possibili lenticchie, fagioli e carne, accompagnate per chi vuole dall’ aji, una salsa casereccia fatta di pomodoro, cipolla e peperoncino. La cucina ecuadoriana è tipicamente a base di carne, per i vegetariani è molto dura sopravvivere qui. Giusto per capire, il pollo per loro non è considerato carne, quindi se vi propongono una zuppa di verdure quasi sicuramente troverete una zampa di gallina dentro. Pollo, maiale, manzo…e porcellini d’india sono le carni più consumate: paese che vai cultura che trovi – it’s not good, it’s not bad it’s just different – questo l’ho imparato un po’ di anni fa dalla cucina finlandese. Ovviamente, per quanto buona possa essere la cucina ecuadoriana, con i suoi platani fritti le sue tortilla di mais…da buona italiana, ma soprattutto parmigiana, mi mancano i miei gnocchi, i tortelli, il mio amato parmigiano di vacca grigia e tutti gli amati salumi, che solo chi vive nella nebbia può veramente apprezzare. Per questo alla sera si tenta con il gusto di tornare in Italia, ma a volte con i prodotti è un po’ difficile, e ci rassegniamo così ad aspettare il natale. Natale che si sta ormai avvicinando, e devo dire che sono felice di passarlo a casa, tra le coccole dei nonni e i tanti anolini. So anche che sarà un natale speciale, perchè penso, e mi auguro, di apprezzare anche in Italia quei semplici gesti che riescono a cambiarti la giornata.

Gesti che non vanno solo ricevuti, ma anche regalati. Gesti di pura gentilezza che a volte si danno per scontati o che non si valorizzano,  ma che dovremmo ricordarci più spesso…per riuscire così ad arricchire la nostra quotidianità con la metà di una tortilla.

Hasta pronto,

Michela  

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