Scuola. I nuovi analfabeti. Intervista a Versari

scuola immigratiRiprendiamo una interessante intervista a Stefano Versari, direttore generale Ufficio scolastico regionale dell’Emilia-Romagna sull’istruzione dei bambini e ragazzini immigrati, tema caldo della scuola di oggi, che se non sarà risolto rischia di dar vita a difficili tensioni sociali fra qualche anno. L’intervista “Una nuova emergenza” è apparsa sulla rivista Tuttoscuola n° 564, a firma da Paola Torre, ed è disponibile anche sul sito dello stesso Usr E-R.


Nel nostro Paese vivono molti, troppi, bambini in condizioni di povertà educativa, ossia privi non solo delle competenze necessarie per costruirsi un futuro ma anche delle opportunità di crescere dal punto di vista delle relazioni con gli altri e della scoperta di se stessi. La situazione si presenta ancora più grave se si prende in considerazione il fenomeno dell’immigrazione, in particolare dei minori non accompagnati. Nel quadro delle politiche educative e sociali, per questi bambini e ragazzi vi deve essere una risposta non standardizzata ma specificamente costruita sulle loro individuali e specifiche condizioni.

Sull’argomento abbiamo raccolto il pensiero di Stefano Versari, un protagonista impegnato nello sforzo di rispondere con efficacia alla domanda di inclusione per tante nuove emergenti disuguaglianze nella società civile.

Direttore Versari, è corretto riferirsi al fenomeno dei minori migranti non accompagnati come ad una nuova emergenza educativa?

Gli attuali processi migratori costituiscono un fenomeno inedito, rispetto alle spinte migratorie dei decenni precedenti. Prima, i fenomeni migratori erano meno massivi, coinvolgevano un minor numero di paesi di provenienza ed erano agiti con l’intenzione di “fermarsi” nel nostro Paese. Ora, invece, le ragioni del fenomeno e le condizioni di partenza e arrivo, sono estremamente differenziate fra loro. Questi ragazzi sono fra loro molto diversi per lingue, culture, storie, aspettative, contesti sociali di provenienza, accompagnamento. L’immigrazione oggi non è più inattesa. La multiculturalità rimane tema di discussione teorica, ma ogni teorizzazione è velocemente superata dalla realtà quotidiana. In Emilia-Romagna le scuole hanno affinato le risposte didattiche. Il processo di accoglienza degli alunni stranieri, da fattore estemporaneo, è divenuto “mente e cuore”, con processi di integrazione ormai trasversali dall’infanzia alla secondaria di 2°grado. Si agisce sulle leve della flessibilità e dell’innovazione. La “personalizzazione” è la parola chiave, risposta specifica per ciascuno nel contesto quotidiano del tempo scuola.

I minori stranieri non accompagnati, seppur inseriti nel più ampio quadro del processo migratorio, chiedono risposte specifiche, che contemplino, da un lato, la biografia drammatica, la elaborazione dei traumi che accompagnano il viaggio di migrazione; dall’altro, lo sviluppo evolutivo, ivi comprese le azioni “classiche” collegate alle difficoltà linguistiche. Questi ragazzini – perché molti di loro tali sono, alla soglia della prima adolescenza – vivono senza figure parentali, non soltanto dei genitori, ma anche delle famiglie allargate: nonni, zii, cugini; hanno perso anche il proprio orizzonte fisico di riferimento: niente più villaggi, strade, monti, deserti, ma luoghi completamente diversi, climi diversi, visi diversi. Eppure, sono pur sempre bambini e adolescenti, con le necessità e le condizioni che appartengono alla loro età anagrafica. Il bisogno del gioco, della fraternità, dell’amicizia, dell’accudimento, dell’adolescenza e i suoi turbamenti. Per questi ragazzi la scuola, insieme alle comunità di prima accoglienza, è contesto di prioritaria importanza, chiamata a intersecare funzioni didattiche e socio-educative. Per aiutare questi allievi, oltre che sulle competenze linguistiche, le scuole si attivano con interventi orientati alla socializzazione e alla cooperazione, al rafforzamento delle competenze relazionali e alla rielaborazione emotiva delle fragilità legate al percorso migratorio specifico. L’accoglienza di alunni minori non accompagnati è quindi il banco di prova del lavoro di rete fra scuola e servizi, nel senso pieno del termine, cioè connettere competenze e funzioni diverse e complementari.

Che dimensione ha questo fenomeno in Emilia Romagna?

Nel report statistico del MIUR in avvio di a.s.2015-2016, gli alunni con cittadinanza non italiana a livello nazionale erano 746.570 su un totale di 7.862.022 (9,50%), mentre in Emilia-Romagna erano 90.234 su un totale di 544.889 (16,6%): la nostra regione ha il maggior numero percentuale di studenti stranieri in Italia, seguita da Lombardia (15,8%) e Veneto (13,7%).

In questo quadro complessivo si collocano i minori stranieri non accompagnati: presenti in Italia al 30 giugno 2016 sono 12.241, mentre al 30 giugno 2015 erano 8.201, con un incremento in un solo anno prossimo al 50%. In Emilia-Romagna al 30 giugno 2016 sono stati censiti 843 alunni stranieri non accompagnati, mentre un anno prima erano 606, con un incremento prossimo al 40%. E’ quindi un fenomeno in forte crescita, complesso, fluido e quasi certamente sottostimato rispetto ai dati reali censibili.

L’USR ha fatto qualcosa su questo tema? Ci sono progetti in corso? Quali gli esiti?

Stante l’entità del fenomeno migratorio, è chiaro che per noi l’integrazione degli alunni con cittadinanza non italiana esige un surplus di attenzione e di impegno.

Nello specifico, il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (DD n. 830 del 24 luglio 2015), ha destinato 500.000 euro per progetti finalizzati ad azioni di accoglienza, di sostegno linguistico e psicologico rivolti a minori non accompagnati con cittadinanza non italiana; per l’Ufficio Scolastico dell’Emilia-Romagna le risorse per l’attuazione dei predetti progetti sono state pari a € 38.926,00, messe a disposizione delle scuole con selezione pubblica. Le istituzioni scolastiche beneficiarie di tali finanziamenti sono 7, di cui 3 CPIA, 2 Istituti di Istruzione Superiore e 2 Istituti Comprensivi.

Per i minori non accompagnati ho istituito, in collaborazione con l’Università Cattolica di Milano-sede di Piacenza, un gruppo di ricerca volto per valutare, in itinere ed ex-post, i progetti finalizzati ad azioni di accoglienza e di sostegno linguistico e psicologico per minori non accompagnati nelle scuole assegnatarie dei fondi su citati. Il Progetto di ricerca è centrato su due domande chiave:

– nell’esperienza dei ragazzi stranieri non accompagnati, vi sono bisogni educativi specifici che chiedono azioni diverse rispetto a quelle in atto per gli studenti senza cittadinanza italiana, ma con percorsi migratori più “ordinari’?

– le pratiche attivate dalle scuole in ordine all’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati suggeriscono linee di lavoro per una sorta di modello base per il sistema scolastico regionale?

Le risultanze della ricerca costituiranno oggetto di pubblicazione e convegno nel prossimo autunno.

E’ comunque già evidente, dalle prime analisi, la necessità di conoscere esperienze che, interessando numeri ridotti di studenti, faticano ad essere sistematizzate e diffuse. Di particolare interesse, inoltre, è monitorare a distanza l’esito del percorso di accoglienza scolastica in relazione all’orizzonte di vita successivo del minore, ossia a quello che succederà dopo l’iniziale presa in carico.

La circolare sulle iscrizioni ai percorsi di istruzione e formazione per gli adulti ha previsto, per l’anno scolastico 2016/2017, la possibilità per i minori migranti non accompagnati di iscriversi ai CPIA. L’Emilia-Romagna è pronta a dare una risposta di qualità?

Le scuole dell’Emilia-Romagna danno risposte significative. I Centri Provinciali di istruzione degli adulti godono, per la loro mission di maggiore flessibilità didattica e organizzativa, per tale ragione, rappresentano una risorsa anche per le altre Istituzioni scolastiche del territori. I CPIA hanno una consolidata tradizione nelle pratiche di accoglienza, parte integrante del percorso di studio: l’accoglienza è un processo pedagogico che coinvolge una pluralità di dimensioni, dall’apprendimento, alle relazioni, alle motivazioni, con sguardo proiettato “al dopo” il percorso scolastico, calibrato sull’esigenza di fornire possibili sbocchi scolastici e formativi.

Il CPIA non può però essere l’unica istituzione chiamata a sostenere una domanda di formazione complessa e crescente: non possiamo farne una specie di moderna “scuola speciale” per i nuovi emarginati sociali. L’impegno è di creare legami tra scuole e CPIA, per garantire sia la prima alfabetizzazione e scolarizzazione, sia l’inserimento nei percorsi scolastici del secondo ciclo per l’acquisizione di una qualifica o di un diploma.

La ragione principale che ha spinto questi ragazzi a lasciare il proprio paese di origine è legata a motivi economici e di sussistenza, oltre che a gravi contesti di instabilità politica e di sicurezza personale. E’ prioritario quindi che i curricoli scolastici consentano loro di acquisire competenze professionalizzanti, spendibili quanto prima nel mercato del lavoro, rispetto a curricoli più teorici e generalisti. È una nuova sfida che i CPIA potrebbero bene interpretare, se fosse data loro la possibilità di gestire percorsi anche di II grado.

È sempre più evidente che buona volontà e soluzioni tradizionali non bastano. A suo parere cosa occorre per riempire di contenuti la parola “cambiamento”. Ha già pensato ad implementare le soluzioni già sperimentate? Quali e come?

L’esperienza di integrazione delle scuole suggerisce di fare attenzione a non abusare della risonanza emotiva collegata ad una condizione drammatica. Una istituzione non può operare su “spinte emotive”, che pure non vanno respinte, ma comprese e accolte. Non è però sull’onda emotiva che una Istituzione può determinare il suo agire quotidiano. Per tutto questo l’azione di cura e di presa in carico dell’alunno a scuola chiede un insegnamento che sfrutti a pieno le potenzialità di questi ragazzi, ne sviluppi le capacità espressive, relazionali, sociali, cognitive e di apprendimento; li renda competenti, ne scopra e coltivi le vocazioni. In chiave strettamente scolastica intravedo tre azioni prioritarie.

1) Fare emergere le esperienze delle scuole, in particolare per quanto riguarda gli aspetti disciplinari e le materie di studio, calibrate sull’apprendimento dell’italiano come lingua per lo studio, oltre che per la comunicazione.

2) Tralasciare gli ideologismi a favore del pragmatismo. Un ragazzo privo di qualsiasi alfabetizzazione linguistica, in un’età delicata quale quella adolescenziale o pre-adolescenziale, non è detto vada inserito tout court nella classe coerente per età, in nome di un astratto egualitarismo. Lo affermava già Don Milani a suo tempo, “non vi è nulla di più ingiusto che fare parti uguali tra diseguali”. E certamente nessuno potrebbe tacciare Don Lorenzo di razzismo. L’essere eguali nei diritti significa costruire le condizioni affinché tali diritti siano resi operativi. Sono diritti quelli che si possono esigere, e per poterli esigere un uomo (o una donna) devono avere gli strumenti culturali, cognitivi, caratteriali, etici per poterlo fare.

3) Superare la logica dell’emergenza. Le azioni di prima accoglienza sono strategiche, ma non bastano. Un ragazzo infortunato non si salva solo chiamando il 118 e caricandolo rapidamente su di una Ambulanza. Questa è la prima tappa per la salvezza. Poi viene il ricovero ospedaliero, a volte lungo e irto di difficoltà. Su questo invece cala l’attenzione. Che fare dunque? Mettere sotto lente di ingrandimento quanto, dopo l’emergenza, realizza una maggiore integrazione nel lungo periodo.

OCSE PISA evidenzia che “gli immigrati di prima generazione che, in ogni macro-area e in ciascun tipo di scuola ad eccezione dei licei (dove il punteggio non è significativamente diverso dalla media), conseguono sempre punteggi più bassi” rispetto ai coetanei quindicenni e che l’Italia presenta la più alta percentuale di studenti stranieri low performer (42,3%) di tutta Europa. Gli studenti definiti da OCSE PISA low performer sono quelli considerati incapaci di affrontare nella vita adulta le sfide della società moderna. Non mi pare problema da poco. Su gap come questi forse poggiano i percorsi che hanno portato alle crisi ricorrenti che vediamo, ad esempio, nella società francese. Perciò è urgente destare le attenzioni, affinare le sensibilità, individuare strumenti didattici (materiali semplificati, lavoro sui testi e sui metodi di studio, adattamento dei libri, attività di laboratorio, peer tutoring, …), con sguardo capace di cogliere e proiettarsi sull’orizzonte di vita dello studente. L’imperativo categorico oggi, dal punto di vista di una Istituzione Educativa, è quello di combattere le cause dell’emarginazione sociale, che si annidano nel fatto che parti crescenti di giovani (anche italiani) sembrano non adeguatamente attrezzati per progettare e costruire le prospettive del Futuro.

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